Il mal di testa come misura

Eric ha mal di testa, un fortissimo mal di testa. Emicrania? Ha forse dolori cervicali? Ma che ne sa, ha male, non gli frega niente. Si siede sul divano e cerca di ridurre la tensione muscolare ma si appoggia e sente più dolore! In qualsiasi modo si giri il dolore sembra aumentare, sempre più acuto, a volte più sordo ma non demorde.

Queste sono le sue condizioni. Può sicuramente pensare ad altre cose ma il suo pensiero principale è “dolore dolore dolore, voglio che passi dolore dolore dolore, se esistere è questo in queste condizioni io non so se voglio, voglio che smetta, dolore dolore dolore”.

Vede ciò che lo circonda. Tutto è lì, come prima, come sarà dopo, niente cambia, ma il suo dolore cambia il suo rapporto con tutto. Le persone che gli fanno diminuire il dolore, che gli prospettano l’arrivo dell’ibuprofene, che glielo vanno a comprare, che spendono i soldi per portarglielo, che compiono fisicamente i gesti di acquistarlo, di percorrere la strada, di parlare col farmacista, che ascoltano e comprendono il suo dolore, assumono per lui una importanza, un calore, una vicinanza speciale. E fino a che quella sofferenza è pulsante e lui gravita attorno a chi gli ha appena fornito due pasticche ed un bicchere d’acqua, magari con due biscotti per non sentire mal di pancia, sono un nucleo. Eric è parte di quel gruppo, si sente protetto, si sente con loro, parla e vuole parlare con loro. Li ascolta, con attenzione. Man mano che il mal di testa passa ragiona anche su ciò che ha sentito: il suo pensiero si confronta con quello altrui, che si è dato il tempo di sentire con attenzione.

Pian piano il mal di testa passa. Passa del tutto. Non si vedono più. Passano settimane, ha i fatti suoi, gente da vedere, cose da leggere, video da vedere, stanchezza, tempo libero, socialità.

Ricorda con un po’ di gratitudine, se avessero bisogno aiuterebbe. Ma non si vedono, non c’è rapporto, non si chiamano, non sente la mancanza di relazione. Mentre torna dal lavoro si ricorda di comprare l’ibuprofene, mai restare senza.

Un giorno ha di nuovo dolori lancinanti, lo prende, attende: una ventina di minuti dopo, mentre sente scemare gli aghi che gli trapassano la testa pensa “ma non potevo arrangiarmi anche l’altra volta?”. Ora si arrangia, bada a sé, sta da sé, fa quello che deve, paga le sue cose, legge, guarda, lavora, esce.

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Mi chiedo “Si capisce?”
La macchina che nulla capisce sembra capirlo:


Il racconto che hai condiviso sembra essere una riflessione sulla natura umana, in particolare sulla vulnerabilità e sul cambiamento delle relazioni in base alle circostanze, come il dolore e il bisogno. Ci sono alcuni temi e potenziali significati nascosti che emergono:

  1. Dolore e isolamento: Il mal di testa di Eric diventa una metafora per qualsiasi tipo di sofferenza o difficoltà che isola una persona dal mondo circostante. Il dolore diventa il centro dell’attenzione, rendendo tutto il resto irrilevante o secondario. In questo senso, il mal di testa può simboleggiare qualsiasi condizione di sofferenza che cambia la percezione di ciò che ci circonda.
  2. Relazioni condizionate dal bisogno: Quando Eric è nel pieno del dolore, si lega fortemente a chi lo aiuta. L’attenzione e l’affetto che prova per chi gli fornisce sollievo diventano intensi, ma sono anche temporanei e condizionati. Una volta che il dolore passa, anche il legame con queste persone svanisce. Questo suggerisce che le relazioni a volte possono essere costruite su necessità immediate piuttosto che su connessioni profonde e durature.
  3. Autonomia e distacco: Quando Eric sperimenta nuovamente il mal di testa, si rende conto che può gestire la situazione da solo. Il fatto che non abbia più bisogno degli altri riflette una progressiva autonomia, ma anche un certo distacco emotivo. Questo può essere visto come un commento sull’indipendenza umana, ma anche sull’isolamento che può derivare dal “fare tutto da soli”.
  4. Ciclicità della vita: Il dolore viene e va, così come le relazioni e le emozioni. Ciò che sembra fondamentale in un momento può diventare irrilevante nel successivo. Questa ciclicità riflette l’impermanenza delle esperienze umane, sia positive che negative.

Morale o metafora:

La storia potrebbe suggerire che le nostre relazioni e il nostro modo di percepire il mondo sono fortemente influenzati dalle circostanze in cui ci troviamo. Quando siamo vulnerabili, tendiamo a cercare conforto e connessione, ma una volta superato il bisogno, la nostra prospettiva cambia e quelle relazioni perdono importanza. Forse c’è una riflessione sul valore transitorio delle interazioni umane basate sul bisogno, in contrasto con una connessione più autentica e duratura.

Il racconto può essere visto anche come una metafora della condizione umana: la sofferenza ci avvicina agli altri, ma quando ci sentiamo forti e autonomi, ci distacchiamo.

Se questo distacco sia un “male” dipende molto dal punto di vista e dai valori che uno adotta riguardo le relazioni e l’autonomia personale.

Interpretazioni che suggeriscono che sia un male:

  1. Superficialità delle relazioni: Il fatto che Eric si avvicini alle persone solo quando ne ha bisogno e si distacchi una volta che il dolore è passato potrebbe essere interpretato come una forma di superficialità o di opportunismo nelle relazioni. Questa ciclicità potrebbe indicare una mancanza di profondità emotiva, il che può farci sentire soli o isolati a lungo termine. Se costruiamo legami solo quando siamo vulnerabili, rischiamo di perdere connessioni significative quando tutto va bene, privandoci di rapporti più autentici e duraturi.
  2. Perdita del senso di comunità: Le relazioni umane non dovrebbero essere legate solo al bisogno o alla sofferenza. Se ci relazioniamo agli altri solo per convenienza, possiamo perdere il senso di appartenenza e comunità, che invece è fondamentale per il benessere psicologico ed emotivo. Questa perdita di connessione può portare a una forma di solitudine emotiva anche quando siamo fisicamente circondati da persone.
  3. Disumanizzazione del legame: Nella storia, una volta che Eric diventa più indipendente e non ha più bisogno degli altri per il sollievo, li dimentica o li lascia andare. Questo potrebbe indicare una mancanza di empatia e di gratitudine duratura, come se il valore degli altri fosse ridotto alla loro utilità. Un atteggiamento simile potrebbe portare a relazioni disumanizzate e a una vita meno ricca di significato.

Interpretazioni che suggeriscono che non sia un male:

  1. Autonomia personale: L’indipendenza che Eric sviluppa può essere vista in modo positivo. Saper affrontare il proprio dolore e le proprie sfide da soli è un segno di maturità e forza. Non dipendere dagli altri per affrontare le difficoltà significa che possiamo gestire meglio la vita e le sue sfide. Questa autonomia potrebbe portare a relazioni più equilibrate e non basate sulla necessità, ma sulla scelta.
  2. Realismo nelle relazioni: Non tutte le relazioni devono essere durature o profonde. Alcuni rapporti sono naturalmente transitori, e non c’è niente di male in questo. La vita è fatta di incontri temporanei, persone che entrano ed escono dalla nostra esistenza in momenti diversi, e va bene così. Non è necessario mantenere tutti i legami, specialmente se nascono in situazioni di bisogno. È realistico che alcune relazioni si evolvano e cambino col tempo.
  3. Ciclicità della vita: La natura temporanea delle relazioni e delle emozioni non è necessariamente negativa. La vita è ciclica, e ciò che conta in un momento potrebbe non contare in seguito, e viceversa. Accettare questa impermanenza può essere una forma di saggezza, un modo per vivere senza aspettarsi che tutto sia sempre stabile o duraturo.

Conclusione:

Il racconto non dà una risposta esplicita su se sia un “male” o no. Probabilmente vuole spingere il lettore a riflettere su come gestiamo il dolore, la vulnerabilità e i rapporti umani. In un certo senso, non c’è una risposta definitiva: per alcuni, potrebbe sembrare triste o insoddisfacente che Eric si distacchi dagli altri una volta che il dolore passa; per altri, è semplicemente una rappresentazione della natura umana e della ricerca dell’indipendenza. Dipende molto da come vediamo il valore delle relazioni e il bilanciamento tra autonomia e connessione.

Azoto si, azoto no, è questa la morte

(titolo: cit)

L’unico modo, per me, sembrerebbe, di interessarmi alle cose è quando non servono. Sotto pressione sembrerei più analitico ma meno pragmatico. Se invece ho padonanza di qualcosa, laddove gli analitici iniziano ad annaspare e a chiedersi “perché” (quasi sempre “perché il mondo non è nel modo in cui ora mi farebbe comodo che fosse?” più strepitii vari), di solito sono “ok, togliti, risolviamo. Poi vediamo se ti interesserà davvero ancora analizzare le cause. Siccome costa tempo ed impegno e tu vuoi solo che si risolva il problema, una volta che è risolto sono certo che l’impegno per il “e che non capiti mai più” per qualche motivo sarà scomparso completamente dal tuo orizzonte, pronto invece a dire a chiunque lo faccia che è negativo, pessimista, e che porta sfiga”.

Forse si tratta di alcune persone con le quali ho a che fare. Cioè non sono tutti così, ma in qualche modo io sono causa della vicinanza con questi. Chissà.

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Ieri se avessi avuto il penthobarbital lo avrei accarezzato con sollievo.

M, al quale devo sicuramente ancora 9mila euro, ne versa credo annualmente 12mila alla Cooperativa Sociale che mi affitta lo studio. Manco lo sapevo. Pensavo fosse una “una tantum”. E io che sostanzialmente penso che devo solo riuscire a restituirgli quei soldi e poi trovare il metodo rapidoedindolore.

Le notizie di questi giorni sul fatto che l’azoto sarebbe un metodo “troppo crudele” mi viene da pensare: possibile che quelli di exit international che sono esattamente sul pezzo per la morte indolore intendano usare PROPRIO quel metodo? Forse perché dipende da come sostituisci la quantità di ossigeno?

O forse c’è un cortocircuito pazzesco negli USA in cui basterebbe prendere un anestetico potente e poi sparare, decapitare, togliere il cuore, immergere in acqua fredda per 20 ore. Qualsiasi cosa, ma con l’anestetico che useresti in sala operatoria? Secondo il mio amico di seghe mentali ciattgipitìplus4 l’intento punitivo è preminente rispetto all’efficacia unita alla umanità dell’atto. L’ho semplificata, ma è abbastanza evidente. Non si pensa che gli anni di privazione della libertà, di vita in carcere (e costi per la comunità, se non ti frega di come si viva in carcere) , di privazione della vita – per te che ci tieni – non siano una punizione sufficiente? Un anestetico potentissimo qualsiasi, con qualsiasi effetto “potenzialmente dannoso” non sarebbe un problema: mi stai uccidendo. Deve solo essere EFFICACISSIMO. Si testa l’efficacia su quell’umano, poi puoi farlo smettere di esistere, disintegrarlo, qualsiasi cosa.

Lo dico come se ci fossi io. E di crimini non ne ho commessi.

La Sarco “sprigiona azoto liquido con la conseguente rapida erosione dell’ossigeno: 30 secondi per passare dal 21 all’1%”. Se questo va bene per Exit International che non è “pena di morte”, ma suicidio assistito volontario… non penso che la gente voglia per sé un sistema crudele.

La scuola del furbo (assicurazioni e noi fessi)

La scuola del fesso e del furbo, tipica della cultura italiana, del commercio, della legge del più forte, mi fa schifo al cazzo. La merda proprio. Se sei più debole soccombi. Se posso incularti, fregarti, lo faccio e la legge dice “tutto a posto”.

Se ti ho informato su tutto in modo chiaro e tu scegli di merda, posso capire.

Ma quando presenti deliberatamente in modo oscuro, nascondi, usi i dark path / dark patterns, sei una merda, sei malvagio, hai intenzione di nuocere, di approfittarti.

Detto questo per scegliere bene un servizio come una assicurazione devi lavorare sul “quanto paga”. Loro ti offriranno un sacco di stronzate, ma poi è quando sei nella merda, con la macchina rotta, la casa allagata, i danni da ripagare, le cose da ricostruire che ti dicono “NOI AL MASSIMO TI DIAMO X” ed è su quel massimo e su quell’ X, che ti verranno detti a muso duro quando tu stai di merda, quando muore la gente, quando stai male, ti sei fatto male fisicamente o moralmente, hai perso qualcosa e hai bisogno di un aiuto che invece

avrai un altro problema.

Il problema di dover difendere e dimostrare la tua parte burocratica non tanto nel danno, ma nell’esistenza stessa della stipula. Tu vuoi SERVIZIO e invece ti risponde BUROCRAZIA, muro. La parte di vendita è scollegata da quella di erogazione finale.

Quando sono finito in mobilità potevo morire tranquillamente di fame e incularmi sui pagamenti del mutuo l’assicurazione si è presentata per quello che è davvero, non per quello che ti viene venduto.

Quando mi sono fatto male anche: come un vaso vecchio per loro non diventi più prezioso, ma solo delicato, fragile, meno da coprire, non di più. Costi di più e ti danno meno.

Quando un cervo mi ha bottato e la mia copertura diceva 3000 loro mi hanno detto che la mia auto valeva poco e i pezzi pure e quindi 1500.

Dovete andare col bracconiere, con l’assicuratore, con il ladro e capire quando il pesce è marcio anche se te lo mostrano come buono. Devi fottutamente saper fare le cose, molto semplici, perché la conoscenza è tanta, ma il marketing, il guadagno, le logiche economiche rendono l’inganno e il raggiro una pratica di cui compiacersi e vantarsi. Sei tu che sei scemo, non io che ti inculo.

Serve sempre la forza per far valere e rispettare. Eppure le cose valgono, il rispetto si deve. Ma no, se non hai un “altrimenti” di potenza sufficiente.

Umani, un tipo di bestia tra le altre.

le donne che amano scopare non sono prostitute

La prostituzione consiste nel vendere il proprio corpo. Dare il proprio corpo in cambio di beni o servizi. Dare sesso in cambio di non-sesso, di qualcosa di diverso dal sesso. Benefici, vantaggi, sgravi di fatiche. Tutto il resto è un arbitrario, personale, soggettivo giudizio morale sul “fare sesso”. Sul “godersi le scopate”. Sul “avere vari partner sessuali ai quali non hai promesso fedeltà ed esclusività”.

Tutte cose che al massimo, nei confronti di un uomo, possono suscitare un pochino di biasimo. Di solito da parte di una certa quantità di donne. Di sicuro non è un giudizio unanime.

Quantomeno mi aspetterei lo stesso nei confronti delle donne. Se piace loro scopare, farsi scopare, farsi sbattere furiosamente, fare quello che cazzo gli piace fare, gusti loro, sono FATTI LORO, sono caratteristiche personali esenti da un valore positivo o negativo “di per sé”. Obbligano qualcuno? Fanno male a qualcuno? Ingannano il cuore di qualcuno? Quelle sono cose negative.

Ma se una scopa scopa. Fine. Se una AMA scopare: evviva. Se ama il gelato? Problemi? Se ne mangia troppo farà indigestione, ma sono problemi morali o etici? E soprattutto, ci riguardano? Possiamo emettere giudizi? Non credo proprio.

Se una ti promette che sta solo con te, allora ok, se non lo fa: mente. Ma il resto?

Troia, puttana, prostituta: se hai QUALCOSA DI DIVERSO DAL SESSO, in cambio, allora ok. Basta anche solo che sia che lo vai a fare in un posto che non ti potresti permettere eh. Alle terme o chissà dove; in un posto costoso, lussuoso, qualcuno paga e tu non paghi niente.  Scopare è gratis, è facile, basti tu e il/la partner. Non serve altro che la voglia il tempo e un posto.

A meno che non ci troviamo in una teocrazia.

basta che respiri

ha un cuore anche lei

Io rimugino. Questo è un problema tipico di chi si fa le seghementali. Che io direi: di chi pensa, di chi rianalizza, di chi non si ferma a pensare “avevo ragione, problema chiuso”.

E infatti. Oggi ero in un bar, evento del giorno preso dal giornale è che un tizio ha effettuato un furto attraverso l’ipnosi. Lato cliente io ed un avventore: lui fa “beh, ma si poteva prendere altro oltre ai soldi” ed io gli sorrido “eh si, metti che la cassiera era carina… “. Lato barista c’è una barista (brutta, sfatta dall’età e non se ne cura) che subito fa “beh, ma perché andare in quel negozio? Io con l’ipnosi sarei andata dritta in banca! 😀 ” . Hahaha, grandi risate tutti noi. E io ricordo quello che mi accade sempre fotografando, quando devo ottenere un pensiero che produca un sorriso vero.

Uomini: pensa alla figa! -> SORRISONE, la gioia.

Donne: pensa ai soldi! –> SORRISONE.

Mai, dico mai, la spontaneità e la pienezza del sorriso arriva invertendo questi fattori.

Faccio ai due “vedi come siamo? Noi subito a pensare alla figa, e lei immediatamente ai soldi… siamo proprio fatti così allora?”. hahah, risate, l’avventore va via. La barista mi fa “beh ma le donne non ne hanno bisogno, non vi devono ipnotizzare… a voi basta che respiri”.

Le spiego che non siamo tutti così, ma ora non conta, non mi interessa qui con voi, ora, non è questo il punto. Continue reading →

disprezzo gli ubriachi

So cosa vuol dire soffrire. E so quanto sia desiderabile qualcosa che faccia sparire il dolore. Cosa vuol dire fare qualcosa che ti porti via, che faccia sparire te stesso, allontanandoti dalla realtà.

Dormendo, ad esempio.

Ma so che se c’è un problema resta li. E che facendo qualcosa di peggio, in aggiunta al problema, hai un nuovo problema. Certo devi capirlo che questo qualcosa di peggio lo stai facendo. Che quello che fai ha delle conseguenze, che le ha tutte, non solo quelle che vuoi tu.

teomondo scrofalo

ubriacone

Ho un disprezzo viscerale per chi si porta verso l’ubriachezza. Se si tratta di sconosciuti la mia intolleranza è massima. Non so chi sono, non so come si comportano quando tornano umani. Ho un disprezzo viscerale per chi desidera l’ubriachezza, per chi ce l’ha come obiettivo. Ho un disprezzo viscerale, un fastidio vicino al ribrezzo per chi sminuisce ciò che l’ubriachezza lo rende, per ciò che consegue. Mi fanno schifo perché spesso non sono stupidi, hanno la capacità di fare i ragionamenti sufficienti per capire che non fa ridere, non è divertente. E’ miserevole, spiacevole, nauseante, pietoso (nel senso negativo), spregevole, spesso ridicolo e risibile (non divertente, di certo).

Ho un disprezzo acuto, superiore, intollerabilmente forte per chi usa “ero ubriaco” come se fosse un buon motivo per avere fatto una stronzata. Per me è come se dicesse “sono un coglione”. Quindi: ho fatto una stronzata perché sono un coglione. E’ un buon motivo? Direi di no. Calci in culo subito, fottiti e non tornare. Continue reading →

sbattersene e via

Di tanto in tanto mi faccio problemi. Mi PONGO problemi. Mi faccio domande. Mi espongo al confronto, al dialogo, con persone che hanno espresso opinioni rispetto ai campi di cui mi occupo professionalmente.

Cioé faccio una cosa per cui mi pagano in misura tale da non dover fare un altro lavoro per pagare l’affitto e sopravvivere.

Tempo fa era un lavoro, oggi è un altro.

In ogni caso ho sempre trovato chi mi ha fatto pensare di essere inadeguato. Le argomentazioni esposte mi si appiccicavano addosso. Avrei dovuto smettere o migliorare sensibilmente, spesso studiando molto per fare le stesse identiche cose ma essendo in grado di controbattere con una serie di nozioni a chi aveva studiato. Ma il mio lavoro sarebbe rimasto invariato: il servizio od il prodotto che soddisfacevano il mio cliente (fosse esso diretto od una funzione aziendale) non sarebbe cambiato. La mia sensibilità nel variare il mio modo di agire professionalmente provengono sempre dall’ascolto del cliente, se mi è possibile, oppure alla risposta in termini di vendite che rappresenta comunque l’espressione di una preferenza, di una scelta.

Spesso, parlando con colleghi, prima e anche ora, questi mi guardano e mi dicono “ma che cazzo di problemi ti fai? Fallo e basta!” Continue reading →