Lavoro usa e getta, data di scadenza sul lato della confezione

La mia opinione è che le agenzie interinali vendano o noleggino persone come merce. “Somministrano lavoro”, dicono, giusto? L’impresa ha rapporto con loro, non con la persona, non con te… c’è un problema? Sei brutto? Lo dicono alla mamma. Non a te. E tu ovviamente vieni chiamato un limitato numero di volte, finché fa comodo all’accoppiata fornitore-cliente e poi basta, altrimenti si rischia di doverti assumere: che non sia mai! Mercato, naturalmente, non società, persone, cittadini di un territorio, solidità, sicurezza, futuro. Nulla di tutto ciò.

Non ci nascondiamo che anche tirocinio, apprendistato, formazione, stage vengono tutti usati allo stesso modo: pagare meno o nulla, non seriamente per ciò che si dice, ma solo finché questa etichetta che significa solo “mi costa meno” resta tale: appena diventa “devo pagare il giusto questa persona” allora non serve più, si chiude, si passa ad un altro nella stessa condizione: si lavora eternamente con apprendisti, stagisti, tirocinanti e sempre li si forma – che gentili eh? – sembrerebbe… Ma entrate in tante aziende, piccole, grandi, piccolissime o corporation… quanti davvero stanno insegnando qualcosa a qualcuno?

Certe multinazioanali hanno dichiarato apertamente che non intendono assumere personale a cui insegnare qualcosa. E contemporaneamente hanno aperto delle scuole di formazione. Ovviamente non è garantito nulla… ma si beccano i soldi per farti la loro formazione, poi forse ti assumono, ma comunque devi aver fatto la loro scuola di formazione. Ganzo, no?

Non è un pianeta per umani.

La #desertificazione del #lavoro

terra brulla

Le foreste pluviali come quelle dell’Amazzonia, quelle famose per la biodiversità e per il fatto che vengono rase al suolo dalla popolazione illusa di recuperare terreno fertile per le coltivazioni, vengono in realtà inaridite e tenderanno alla desertificazione proprio a causa di questi interventi: la loro ricchezza sta sopra il terreno, che di per sé è abbastanza povero, mentre è proprio la foresta, con tutta la vita che c’è sopra, ad essere ricca: probabilmente a conquistare quello spazio e a funzionare ci ha messo una quantità di tempo davvero grande e chissà quanti avvicendamenti e lenti passaggi evolutivi hanno fatto sì che quell’ecosistema funzionasse in modo tale da perpetuarsi in quelle precise condizioni ed in quelle zone. Togliendo la foresta, sotto c’è del terreno che, anche con le sue ceneri, produrrà frutto per pochissimo, per poi andare a catafascio.
Considero la desertificazione del lavoro in termini simili. La delocalizzazione, lo spostare il lavoro in luoghi dove le condizioni di mera sopravvivenza sono accettate come compenso sufficiente al lavoro, mettendo questo in concorrenza che non essendo alla pari dovremmo definire sleale.
Tutto qui? Pensandoci bene, si. Il motivo principale per cui si fa questo è soltamente il margine di profitto e tutta una serie di parametri che costringono alla competizione globale non solo le aziende, ma le popolazioni degli Stati che le ospitano senza che le popolazioni loro sovrane abbiano avuto voce in capitolo. Questo , quindi, avviene per libertà di pochi imprenditori che con le loro azioni portano conseguenze contro milioni di persone. Questi milioni di persone non sono in grado di organizzarsi e decidere come vivere con le risorse a disposizione sul territorio di cui nominalmente sarebbero “sovrani”.
Ma arriviamo alla desertificazione: in Italia (credo ovunque, ma in Italia di sicuro) la delocalizzazione distrugge la competenza, cancella la conoscenza (entrambe assieme ultimamente definite “know how”), elimina l’alta qualità e tutta la cultura legata a questi tre elementi: comparti e settori e il loro indotto, partendo da industrie , passando ai terzisti e coinvolgendo il terziario (avanzato non lo è mai stato, da noi) , cancellando l’esigenza di ricerca e sviluppo, di progresso scientifico o culturale, di interesse e passione, di storia e causando un dilavamento di ogni elemento fertile del territorio umano, lasciando, se si è fortunati, alla sopravvivenza di sussistenza le popolazioni che in 50 anni non abbiano dimenticato come si faccia ad occuparsene. Come se il boom non fosse mai esistito. Continue reading →