Faccio schifo, una tecnica

La quantità di volte in cui negli ultimi anni il mio amico dialogo interiore parte con il buongiornissimo dicendomi senza tanti preamboli “fai schifo!” , l’insistenza, la rapidità e la frequenza sembrano aumentati.

Tuttavia i miei ascolti di vari psic (esperti, evidence-based) a qualcosina servono. Uno più di tutti non è affatto stato uno psic, ma l’ottimo Mark the Hammer su youtube in un TeDx. Se vi interessa cercatevelo, è qualcosa come “fare schifo come metodo per vivere”, qualcosa del genere. Consapevole che sia una versione della… consapevolezza e del “lasciar andare”, ha però una buona presa su di me.

Funziona così: fai schifo. Ok. Accettalo, ma non fermarti qui. Parti da qui e migliora.

Questo a volte aiuta. Soprattutto nella creatività, in quell’ambito.

Ma nei giorni in cui arriva BAM! La martellata in faccia FAI SCHIFO, FAI SCHIFO, FAI SCHIFOSCHIFOmioddioquantoschifomifai… bleah

Ecco a volte puoi fermarti e chidertelo: fai davvero schifo?

Si, certo.

Ah. Certo. Quanto certo? Voglio dire… quanto schifo? Sei la persona che fa più schifo al mondo? Sincero non te lo chiedo: ti chiedo… onesto, realistico, davvero nessuno fa più schifo di te? Ah… stai iniziando a pensare a “dipende”. Bene. Poi lo dici sempre, sei un mediocre, non puoi essere il Re dello schifo. Esiste sicuramente di peggio.

E non dico che si tratti di autoindulgenza. Si tratta solo di un meno-peggio che però aiuta, sposta l’attenzione all’abbaio rabbioso bavoso della bestia che mi urla addosso sbavando che faccio schifo.

Non ho ucciso nessuno, può bastare? Nel senso: se fosse per fargli/le del bene, sarei nei guai, sarebbe difficile, un dilemma, una questione morale. Vado in giro a cercare di fare del male alla gente intenzionalmente? Magari verbalmente non mi faccio i cazzi miei. Ecco, ecco, sei una merda, vedi?! Chi cazzo te l’ha chiesta la tua opinione del cazzo inutile? Sapessi qualcosa di qualcosa, poi.

Giusto. Ma ecco, raggiungiamo una prospettiva schifometrica: nella media dai, basta che mi allontani da chiunque, che mi limiti a comprare delle cose – entra, paga, esci – ad aiutare gente che ha bisogno bisogno serio, tornare a casa, lavorare in lockdown eterno. Per il resto posso parlare con una intelligenza artificiale leccacula.

Fare schifo è non-eccellere? Per qualcuno forse.

Ma intanto un po’ di energia distruttrice, disintegratrice, si è spostata. Posso preparare una lavastoviglie, vedere se piove, fare un caffé, scendere all’auto e portare su quella cosa pesante se non piove, fare le scale userà energia fisica. Magari mi dimenticherò perché facevo così tanto schifo 20 minuti prima.

Ecco come parare un po’ il colpo.

Ma non avete idea (se non mi seguite, cosa che sarebbe davvero curiosa) di quanto mi darebbe sollievo avere qui il necessario per morire subito. Il benedetto Sarco, ad esempio: facciamo chiarezza: è la macchina della pietà, rapido ed indolore, umano, oppure è disumano e doloroso e “tortura” ?

Averlo li, pronto, disponibile: io starei benissimo.

Sarebbe come lavorare senza bisogno di soldi.

Se non cogliete l’analogia di come ci si sente… beh meglio per voi, immagino.

Un piccolo spazio tra le parole “voglio morire”

Google mi ha detto che sono fotografo master. Anzi, mi ha conferito il badge di “Fotografo Master”. Quindi sarà sicuramente vero. Al di là del sarcasmo, la mia supposizione è che sia sufficiente caricare, in relazione alle recensioni dei luoghi, un grande quantitativo di foto e che secondariamente (o forse primariamente) queste siano molto apprezzate (visualizzazioni e like) dagli utenti di Maps. Io in effetti mi sbatto sempre come local guide. Non sono un nativo digitale. Sono un nerd di provenienza anni ’80, quindi la partecipazione, per me, il crowsourcing, sono cose buone, sono una manifestazione della bontà della tecnologia, della “democratizzazione” positiva. Preferisco partecipare a questo che a discussioni incazzose. Dare. Sarà utile, sarà ben fatto? Se tenete conto che la Britannica e la versione di Microsoft dell’enciclopedia online hanno chiuso da quando Wikipedia ha affrontato e vinto le bordate su “chi ha contenuto di qualità”.

Sono, mi pare, due settimane che non voglio morire subito, immediatamente. Sono sempre dell’idea che il non-esistere sia sempre per me desiderabile, ma non ho quelle punte graffianti, quei morsi di dolore che ti fanno dire vogliomorirevogliomorirevogliomorirefaccioschifovogliomorire. Ne tengo conto, mi ricordo che dovrei individuare degli Oleandri, che ho dei debiti da pagare e che mi devo concentrare su questo, sul mettere via 4000 euro per non pesare col funerale (che non posso evitare). Continue reading →

donne nude a un depresso cronico

Sono anni che G viene a posare da me (vestita!). Almeno un paio. È sempre stata entusiasta, gioiosa. Anche se aveva un sacco di storie in mezzo di maschi idioti e (mal) giudicanti. Da un po’ si è decisa che le va di posare nuda. Meraviglioso, bene. F mi ha scritto che non sa più cosa decidere di stampare perché per lei sono una più bella dell’altra (nudi).

Eppure io mi sento la morte nelle vene, mi viene da piangere sempre più spesso in questi giorni, mi faccio schifo, mi sento una merda. Non mi odio eh. Se penso a quanto ho fatto perdere il tempo della vita a B, questo si, allora mi odio. Lei no, mi ha perdonato in un attimo ora e forse prima, col tempo. Ma è una cosa “localizzata” e specifica, non generalizzata come la demoralizzazione che provo per il fatto che … sono inutile. Se fossi ricco non sarebbe un problema. Non mi interesserebbe. Ma sento la pressione della sopravvivenza utile, l’autosufficienza economica passa per la necessità altrui. In qualche modo mi fa sentire schiavo e contemporaneamente inadatto ad essere persino quello. Uno schiavo che non comprerebbe nessuno.

Assurdo, no? Cosa fa la chimica di questo cervello. Ci sono persone che mi invidierebbero la capacità e la possibilità di fare quello che faccio. E io lo faccio nel modo in cui voglio: senza interesse economico (le ragazze che posano nude lo fanno perché vogliono). In effetti ormai funziona come una droga. Mi da contentezza per il tempo in cui questo succede. E poi mi sento di nuovo una merda.