dilettanti della morte

Una piccola delusione. La portinaia si è rivelata essere un po’ cazzara. Nel senso che la buona volontà e la passione dell’età ci sono entrambe. Ed è questo il problema: guardando in giro i polsi con le cicatrici che si vedono in giro credo che pochi abbiano in mente il CRACK che bisogna sentir fare a livello dei polsi quando tagli per morire. Ecco, questo tipo di consapevolezza del da farsi rispetto a tutto l’intero discorso di “voglio morire perché non voglio soffrire, quindi non voglio morire soffrendo” non lascia spazio a “qualsiasi cosa va bene”. Se serve coraggio, abilità, cazzutaggine: non è il metodo giusto. Serve INDOLORE e no-paura, casini, coraggio. Se avevo tanto coraggio restavo qua.

Mi ha proposto (sorrido) l’oleandro, mix di medicinali (difficili da procurare) e alcool. Ma è tutto un po’ “boh”. Alla fine resta sempre il monossido il migliore. E ancora non so dove procurare la bombola. Certo con quella sarei a cavallo.

Ma l’oleandro non è male eh. Bisogna fare un infuso che rallenta talmente tanto il battito del cuore da fermarlo. Ma chi sa come cazzo si fa? Foglia e fiore o solo foglia? Mi sa che eventualmente mi tengo il cell vicino col sistema di dettatura e wordpress così almeno posso testimoniare al mondo come funzia, in stile Seneca.

Però questo mi ricorda che alla voce “morire”, la lista delle cose da predisporre non è OK affatto. Tutte le buste per aiutare a prendersi le cose… ad esempio se mi assicuro in un modo che fa avere i soldi a qualcuno, questo qualcuno deve esserne informato. Devo lascargli/le una busta. Eccetera.

Un mio amico e sua moglie hanno deciso di dare il mio nome al loro nascituro. Che nome del cazzo. Ma se son contenti… certo non penso proprio sia in mio onore. Forse a loro piacerà che una vita esista dopo che una vita avrà smesso di esistere, sempre che io arrivi a commettere suicidio. Ripagare i debiti che devo ripagare non è facile. Ma ce la farò.

La scomparsa della qualità #20120322

Fare lavori che tutti possono fare, che molti possono fare, che molti possono autonomamente imparare, può essere una scelta relativamente facile, talvolta controproducente. Così magari ne impari uno più difficile, oppure impari a fare la versione “pro” , oppure solo l’applicazione “pro” … ma quando la qualità del tuo lavoro non viene più compresa dal tuo cliente, essere pro è solo uno svantaggio, mi pare, ormai. Perché essere pro significa spendere più energia, dover spiegare, metterci più tempo, a fare qualcosa che non viene percepita, che sembra scontata o strana, che sembra una fregatura rifilatati da un azzeccagarbugli che fa “sembrare complicato e difficile e di qualità una cosa che tanto mi faccio anche io”. Succede in tanti mestieri. Lo trovo sconfortante perché molti non fanno altro che considerare questo rilancio verso il basso nella qualità di ogni cosa come normale; non come decadenza della civiltà e scomparsa di capacità di apprezzare e riconoscere il valore che in seguito lo promuove, invece di squalificarlo.
Quando lo disprezzi (non ne accetti il prezzo) allora finisci per considerare accettabile ciò che è di più bassa, se non di scarsa, qualità. E ciò che è, qualsiasi cosa sia, peggiora, invece di migliorare. Ciò che tutti possono fare non tende al meglio. Tende alla stagnazione. Magari nasce un modo nuovo, ancora meno costoso, ancora meno faticoso, ancora più “vai che va bene” sempre più alla portata di qualunque incapace.
A cosa porta tutto questo?