Fino a questa notte, Creep a parte, non avevo mai sentito Pablo Honey, lo confesso. Forse qualcuno, a suo tempo, ha tentato di farmelo sentire. Ma io sentivo altro, più metal classico, meno rumorosamente dolente.
Ora lo apprezzo. Quasi 30 anni dopo.
E ho anche sentito una tizia che fa Creep in modo stupendo, su youtube.
Sto anche sentendo il giardino dei Finzi-Contini. Sto capendo qualcosa, credo. Sto capendo che un certo tipo di narrativa narra cose che una volta era difficile vedere. E invece mi tirano due coglioni che levati. Forse perché sono un fotografo, non voglio che mi venga descritta la roba che posso e voglio vedere. Magari voglio che mi venga mostrata, oltre che vedermela io. Ma non mi interessa affatto, proprio mi annoia, la descrizione dei luoghi. Preferisco che la descrizione parli di qualcosa d’altro, ma non che descriva davvero il posto, i posti, la natura, l’architettura. Mi vanno, queste descrizioni, nella saggistica.
Credo di aver capito questo, recentemente.
Pensa un po’ quanto differente potrebbe essere un racconto di mio padre e mio. Io salterei ogni cosa non serva per raccontare cosa si provava. Lui forse descriverebbe anche gli interstizi tra le molecole. Credo io eh. E forse anche mia madre: è roba dei loro tempi. Ma mi dice B che anche Jane Austen e Wirginia Woolf si profondono in descrizioni minuziose di qualsiasi cosa, compresi gli abiti e l’affettazione attorno a questi dettagli di abiti. Credo sia perché la nostra cultura è molto visiva mentre la loro lo era infinitamente meno.
Is it possible?
Lo sto leggendo lentamente. Mi piace molto. Non darò mai via quel libro, credo. O perlomeno prima ne dovrò estrarre dei pezzettini, meravigliose citazioni. Così umano e viscerale, così utile per me proprio in questo preciso momento.
Questa serie su Netflix sembra fatta apposta per me, come spirito, tanto quanto Black Mirror. L’attrazione e l’atteggiamento che ho verso il racconto fantastico rispetto a quello più strettamente correlato al quotidiano, di qualsiasi profondità o ambito si tratti, mi pone sempre di fronte a qualche dubbio su cosa io sia. Non è che i film che trattano di argomenti della vita, i film “veri”, non mi piacciano. Anzi. Sempre più spesso, rispetto ad una volta, mi dico però che di realtà ne ho piene le tasche. Oppure no, ma la vivo con gli altri, non in opere di narrativa, che sia filmata o scritta.