“e poi” un cazzo

Bella ‘sta bozza di aprile 2012. Bella proprio. Dice “l’incapacità di parlare di un argomento senza dire “e poi” con roba che non c’entra una sega”.

Vediamo se mi sono stato spiecato.

Ovviamente questo è un post da fastidiosetto (fumìno, mi dice la regìa) critichetto, rompinetto. Accade talvolta, anzi, accade spesso ed è per questo che ne iniziai a scrivere BEN SEI ANNI FA (mi interessava proprio finirlo ‘sto post), che qualcuno concateni in modo totalmente illogico i ragionamenti, oppure le frasi, in modo temporalmente sequenziale, giustapposto, ma assolutamente non con connessione causale. Sembra a loro, forse.

Capita con i “perché” ma capita pure con gli “e poi”. Mi è difficile farvi un esempio ora, perché quando sento ‘sta roba non mi capacito del fatto che avvenga. Penso solo: “ma no!! ma che dici? Ma che c’entra? da questo non discende quello! non te ne accorgi?” e ciao.

Proviamo.

Tizio è uno stronzo perché ha risposto male perché quando tu sei in un esercizio publico tu non puoi comportarti in questo modo, perché io pago le tasse, perché se volessi essere trattato in questo modo allora io bla e bla.

Ora, ALCUNI di questi perché sono semplici ripetizioni, sono sostituibili, cancellabili. Ognuno di questi “perché” è un perché, una causa della cosa indicata all’inizio (tizio è uno strozo). Ma alcuni degli altri “perché” non sono dei veri perché. Sono usati come se fossero congiunzioni, incisi… ma neanche. E comunque non vi ho fatto un buon esempio.

L’altro è ancora più difficile da citare, per me. Vediamo se riesco.

Si, forse si.

Il partito tiziocaio è composto di persone che non mi rappresentano, e poi io pago le tasse. E poi magari tu devi farti il culo al lavoro. E poi alla fine magari ti aumentano le aliquote e diminuiscono i bla e bla.

Ecco. Mi pare che sia questo. Ma forse meglio aspettare che mi capiti al volo.

la smettiamo con “CARI SALUTI” ?

caaari… TENG TENG! … salu… TENG TENG … ti! ecco fatto.

Caro mio! Caro lei! Caro mi costi! Caro questo prosciutto. Ah, com’è caro questo gattino. La cara congiunta. Sempre caro mi fu quest’ermo colle. Ma i saluti? A chi sono cari? E a te che li ricevi? Posso importi che ti siano cari mentre lo scrivo… e prima ancora che tu li riceva?

Mi urtava continuare a vederlo usare e così cerco e noto che già nel 1977 a qualcuno era venuto in mente di scriverne. Ecco qui. Ora però vedo che qualcun altro in vena di “non dar fastidio” , sposta l’aghetto della bilancia dal “non è grave, certo, ma costa così poco far giusto” al deleterio “si, sarebbe sbagliato, ma è l’intenzione che conta e perché vogliamo sottolineare l’errore quando ci viene inviato dell’affetto?”

E se avessi scritto quando ci viene inviato dell’affettato?

Mi avreste capito lo stesso no?

Ma un conto è asserire che si indirizza un sentimento d’amore, un altro che si spediscono tre etti di mortadella (col pistacchio, mi raccomando) !

Eppure ci siamo capiti lo stesso, no?

Prima si lascia tirar su col naso. Poi si lascia pulirsi il moccio con la manica, poi sputare per terra, ruttare, emettere flatulenze in tranquillità, e così via. Cosa vuoi che sia?

L’escalation. Ecco cosa. Eppure bastava correggersi subito, costava meno che far sopportare a tutti un nostro errore.

Esageriamo? Voi dite? Guardatevi attorno. Attraverso un minimo di disciplina nel comportamento (e parlo davvero del minimo) a livelli più alti si ha qualcosa di vero valore. Come tenere pulito in sé non è un valore, ma è un punto di partenza per altro che di valore ne ha eccome. Io sono un casinista nelle mie carte, ad esempio, ma riconosco che quando mi esprimo male gli altri non capiscono. Nelle mie carte ci metto le mani io. In quelle in comune con altri (il linguaggio è convenzione comune) invece devo tener conto degli altri. Non posso decidere da solo. Bisogna mettersi d’accordo e fare quel che va bene a tutti.

E allora un cordiale vaffanculo ai cari saluti. Non certo a chi me li manda, che sicuramente, senza badare a come parla, sapeva di certo che voleva essere gentile.

Ma non diamo fastidio, non siamo fastidiosi. Non diamo fastidio nemmeno a chi non fa lo scontrino, poverino. Non diamo fastidio a chi vuol far lavorare una sola piccola ora in più – tutti i giorni – chiunque, senza pagare: che fiscali, far pagare. Che sarà mai un’ora? Beh se non è niente, fanne pure a meno. Se è qualcosa, vale qualcosa e la paghi.

Ma non diamo fastidio, no.

Non disturbiamo quel signore che ha scorreggiato nell’ascensore, povero, gli scappava. Proprio non poteva aspettare di uscire… eh no, anzi, ha aspettato proprio di entrare li, dove stagnerà meglio e potrà infastidire gli altri, tanto lui sarà andato via. A lui però stranamente non è venuto in mente di non dare fastidio.

E a quello che parla a cazzo non gli’è venuto in mente di non dare fastidio?

A quelli che danno fastidio a me, prima che glielo dica, non gli frega se stanno dando fastidio. Non sono politically correct. Sono solo quelli che iniziano, come sempre, e quando tu gli fai notare che sbagliano, ti dicono che sbagli, che rompi le palle.

Danno fastidio quelli che sono maleducati, che soverchiano. Ma diamo fastidio noi quando glielo diciamo? Eh. E allora dai no, non diciamolo, non diamogli fastidio. Lasciamo che loro infastidiscano noi, è molto meglio, è più politically correct. Con il nostro rect, non con il loro, però.

Questa è decadenza, non è corruzione. Ma la ruggine è decadenza o corruzione?