Natale non si smentisce mai; quello classico, il natale “in famiglia” per me è sempre una merda. Il grosso problema è quello di averne un preambolo descrittivo, un’idealizzazione e quindi un’aspettativa che non hai mai, mai corrisposto alla sua effettiva realizzazione. È sempre stato spiacevole nel suo bilancio totale: ci sono momenti, ma l’atmosfera generale è quella che costringe persone con comportamenti disfunzionali a stare a stretto contatto in un ambiente ed in una situazione che richiede invece un comportamento adeguato, per fare quello che deve: dare felicità e serenità. Se uno ti frusta e ti dice “SORRIDI!” che cazzo ti aspetti?
Non mi aspettavo che fosse il COVID-19 ad essere un problema e non lo è in effetti stato.
Guarda come distruggo bene i miei rapporti interpersonali e miei agganci col mondo!
Partiamo dal fondo: ho deciso di non avere più contatti con mia sorella, salvo doverose solidarietà. Perché possiate farvi un’idea di quali siano le possibili solidarietà che io sia in grado di fornire a mia sorella, sono piccole e solo marginalmente materiali: di tanto in tanto ha bisogno di essere accompagnata dal dottore perché ha paura. E io ce la porto. Posso anche starle vicino mentre lei fa la visita, ginecologo compreso. Non ci sono problemi. Lo faccio, ha bisogno di supporto tranquillo, sono lì.
Non ho intenzione di sottrarmi. Non posso dare aiuti economici e di solito non mi ci metto in cose che sono di fatica: sono una mezza sega e anche per le mie cose faccio in 1000 passaggi quello che altri farebbero in un balzo.
Ma io ho 46 anni e lei 58 e non la sopporto, oppure … la sopporto. Quando la sopporto, la sto sopportando. Non è il massimo no, essere sopportati ? Quando non la sopporto, passo il segno e non mi contengo: lei è proprio il tipo di persona che, se io fossi uno che mena, “te le tira fuori dalle mani”, che ti tira per i capelli, che ti fa uscire dai gangheri e che semplicemente usa altre “armi”, ritenendole comportamenti normalissimi, per esercitare la sua prevaricazione e prepotenza, salvo poi fare la vittima e dire che tu sei quello che fa quello che sta facendo lei. Ha a che fare con l’essere maschi e femmine? Non direi. Tutto sommato anche mio padre fa la vittima dopo che gli si rinfaccia la sua prepotenza.
Direi che abbiamo avuto tempo per lavorarci. Io non ho mai il minimo desiderio di vederla, non provo nostalgia di “bei momenti felici” e non ne ho praticamente memoria (mia colpa, mia insensibilità?). Mi viene in mente solo che mi ha insegnato ad allacciarmi le scarpe: ne sono grato, ricordo il bel momento. Ma non mi sento di provare affetto, stima, rispetto. Il rispetto di base, dovuto ad ogni essere umano, lo ha perso con il suo costante comportamento e così la stima. L’affetto, l’affezione, si genera con una continuità di rapporto e con la qualità di questo rapporto. Quindi certo, rispetto sempre. Ma a distanza, ma tu stai li e io qui. Un messaggio, un “guarda qua”. So per certo che anche lei non ha voglia di vivere, purtroppo. Spero di non essere stato “another brick in the wall”. Ma come lui stesso diceva, siamo sempre noi che mettiamo su The Wall, siamo noi che rendiamo gli altri mattoni di quel muro, quasi del tutto.
L’attentato di Sarajevo della faccenda è stata una cazzata, come sempre è. Infatti le cazzate non vanno misurate in quanto tali, ma in quanto frequenti, in quanto parte di un comportamento ripetitivo, costante. Io ho risposto malamente, questo è stato ripreso come dimostrazione di “vedi che è sempre così” … e come sempre mi rendo conto che si: è sempre così… che mi fai rispondere, reagire, al tuo comportamento scorretto. E io non sono più disposto a fare da spettatore a comportamenti interpersonali scorretti; accetto solo quello di mio padre e mia madre, tristemente, perché sono troppo vecchi, lei è troppo vittima che accetta il carnefice, da troppo tempo, con scarsa coscienza, con infinita accettazione della situazione. Se ne cruccia meno di me. Si lamenta, certo, ma da sempre e senza far nulla. Ha scelto la sua croce e la porta, come lei stessa direbbe. Ma non riesco a sopportare troppo di vederli in angherie e mancanze di rispetto. Vado via. Sto poco.
Così dico si, hai ragione, succede troppo spesso, io non voglio che accada più. Nella situazione mio fratello dice le stesse cose che io dico, che è prepotente e maleducata e che fa in prima persona le cose di cui accusa gli altri. E quando glielo si dice lei vuole solo cambiare discorso “si me lo hai già detto” e basta, non lo considera affatto, non si rende conto che le reazioni scomposte a ciò che fa sono reazioni ad azioni. Che la causa viene prima della conseguenza. Ma io non glielo dirò più, non glielo dico, non glielo ho detto più. Ho solo avvertito “carissima mamma, io ho intenzione di chiudere i rapporti con mia sorella, sono stufo, non deve accadere più”.
Ora riassumo. Pensavo di lasciare le cose riservate, ma sono stupido e smemorato. Così ovviamente mia madre si è lamentata con mio padre che avevo chiesto di non mettere a parte della cosa: ci vediamo così poco, io e lei, che non è una cosa che “si viene a sapere per forza”, niente affatto. Ma niente. Qui la bocca non la sa tenere chiusa nessuno. Così dolore per tutti. Lei soffre e non capisce. Mia madre soffre e non capisce. Mio padre soffre e non capisce. Per loro il legame di sangue e il conseguente grado di parentela è. E basta. Esso è. Esistere uguale essere. E la sua qualità non conta. Non conta un cazzo. Ora… forse questo può contare tra genitore e figlio: sei il creatore, non puoi esimerti. Oppure sei proprio solo un grandissimo pezzo di merda, perché tra il nulla senza dolore e l’esistenza nel non-amore, hai fatto questa seconda scelta al posto di chi non ce l’aveva.
Ma i fratelli? I fratelli sono matrimoni combinati: si viene messi assisme nella stessa famiglia, ma nessuno dice che le cose debbano andar bene.
E io vado indietro con la memoria e … sento sempre un atteggiamento invadente, prevaricatore, prepotente, egoista e menefreghista, che pretende e non sa cosa sia la gratitudine vera, sempre, per tutto il non dovuto che ti viene dato gratuitamente, per la non fatica che fai e che qualcuno fa per te, per l’incomodo che dai ad altri e che dai per scontato, su ogni caval donato a cui guardi sempre in bocca. Al pensiero magico e alla pochissima razionalità, giudicante ma che dice di non esserlo … di alcuni giudizi dati a pioggia che colpisce gli astanti senza dire tu e che comunque mi hanno richiesto anni di maturazione per comprendere e smontare che erano stronzate. Perché chi studia, sa, chi ha la cultura e l’educazione.
Ma umanamente l’incontro di menti, di anime, cuori, idee … quello fa la relazione, quando non sia anche di corpi, certo. E da piccoli l’incontro è anche di quelli: non ricordo violenza da mio fratello, mentre da mia sorella si; né fisica, né verbale, né di atteggiamento. Al massimo un po’ quando proprio devo essere stato un adolescente tritacoglioni. E che sia chiaro a tutti, che il livello di violenza che percepisco non deve mai arrivare ad una mano alzata. Eppure questo, da piccoli, sicuramente c’era, tra le varianti. Magari poco… ma ti ricordi di chi ti picchiava e chi no, giusto? Da piccoli i bilanci si fanno in vari modi, da più grandi in altri, sempre bilanci, sempre in modi adeguati all’età. Ma questi bilanci si sommano, anno dopo anno. E dopo 46 anni io credo che un “basta così” non sia un colpo di testa.
Mi dispiaccio per il dolore di mia sorella. Mi dispiaccio per lei come un essere umano, qualsiasi essere umano, che soffra, che si senta vittima nella propria vita, della vita stessa. Ma nel nostro rapporto questo non c’entra direttamente, nel nostro essere-in-relazione, per il come lo siamo stati.
Io mi chiedo sempre “come mai la gente non ha voglia di stare con te?” … sempre. La gente ha i propri gusti, le proprie esigenze. Non sono cattivi con me. Gli sto sul cazzo, non si divertono, si annoiano, non trovano appagamento, rilassamento, quello che cercano in un rapporto d’amicizia, non sono attratti. Forse sono addirittura respinti.
Se io fossi una torta sarei nel cestino. E il pasticcere dovrebbe prendere atto della cosa. Non dire “questi clienti sono cattivi”.
Lei la domanda non se la fa? Se la fa? Come se la fa? Si fa aiutare? Accetta un confronto con qualcuno che la aiuta a pensare? Non lo so. Ma non sono io quello. E oltre a questo, la percezione chiara che si senta “abbandonata” in un mondo in cui mio padre non ci sarà più e io dovrei sostituirlo, lo percepisco leggermente.
Forse perché io stesso conosco questa senzazione. Noi tutti non siamo cresciuti abbastanza, noi tre. Non siamo in grado di camminare da soli. Figurati se io posso farti da padre.
Mi amareggia e rattrista? Certo. Del resto lo fa da anni. Cronaca di una morte annunciata. Ma non lo fa con lo strazio e la disperazione di un lutto. Questa malattia degenerativa si trascina da anni.
Come quella della mamma di B, che è morta perché ha trascurato il suo male: la sua azione era “eh vabbé” … e la reazione, la conseguenza, è stata, infine, la morte. Che B si aspettava, prima o poi.
[…] settimana fa mia sorella mi ha chiamato in seguito al mio coming-out. Affranta, ma corente col motivo per cui non mi interessa avere a che fare con lei: tutta triste […]
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