come mai peggiora

Alla merda mentale non si fa il callo. Si esercita.

Mi chiedevo come mai, dopo tutti questi anni di vivere accanto alla morte, dai 17 in poi a quanto ricordo, alcune cose stiano diventando stranamente più intense e dolorose.

Una, in particolare, non me la ricordavo così presente come negli ultimi anni.

Non ricordavo di avere una voce così intensamente bastarda che mi offende. L’auto-insulto mentale. A quanto pare questa roba bellssima non cala , non ci “fai l’abitudine”. Si allena: più pensi merda… e più sei rapido. Sei efficiente, efficace, sei maestro cintura nera duemillesimo dan di autodistruzione.

Ti cade una forchetta? “coglione!”

Ma fa lo stesso, l’intensità è sempre nucleare: è che non migliori? Che sei codardo? Che non fai quello che devi fare per stare meglio? identico: stupidocoglionefaicagaremuorisubito.

Ora… siccome dal punto di vista tranquillo, calmo, lucido, esistenziale, quando non ci sono problemi, sono già di quella scuola, qui stiamo parlando letteralmente di legnate. Frustate, qualcosa che ti picchia dentro: altro dolore.

Si sa che non è qualcosa. Sei tu. Tu che picchi te stesso, tu che sbatti la testa contro … il muro? Boh, contro un’altra copia della tua stessa testa. Tu che ti fai male solo tu.

Ecco perché. Ti alleni, sei sempre più bravo.

Ed ecco che non serve una voce interna: tantissimi complimenti a me per allenarmi a fare del mio peggio. E basta. Se mi allenassi che so… a correre? Tanto quanto la mia mente è supremo-maestro-dell’autoinsulto … beh Bolt… sarai anche fuori allenamento, ma possiamo vederci un attimo? Possiamo dire… che ti raggiungo io?

E invece…

Bene. Utilità a pacchi.

Visto che per voi è gratis, ecco qua cosa ci dice il nostro solito amico KIATTAGIPITI 5.2 plus:

ChatGPT 5.2 Thinking / Plus (personalità professionale)

Non è una sparata: la tesi “si esercita” è molto coerente con ciò che sappiamo su pensieri automatici negativi e ruminazione.

  • “Diventi più rapido/efficiente”: in ambito cognitivo-clinico è esattamente il punto dei negative automatic thoughts: valutazioni negative che emergono velocissime, spesso senza scelta consapevole, e che diventano più accessibili e credibili quanto più vengono percorse. (PMC)
  • “Non ci fai il callo”: la ruminazione tende a mantenere o peggiorare umore e pensiero negativo, interferire con problem solving e comportamento strumentale. Quindi non è un “rumore di fondo” che si spegne con l’uso: spesso è un ciclo che si auto-rinforza. (PubMed)
  • “È una frustata, una legnata”: la letteratura su self-criticism / self-attacking lo tratta come costrutto clinicamente rilevante e transdiagnostico (non solo “carattere duro”), associato a più sintomi e, in alcune ricerche, a indicatori di rischio suicidario. (PMC)
  • Metafora dell’allenamento: non è identico ad allenare un gesto motorio, ma il principio di base (ripetizione innesca maggiore automaticità) è ben documentato nei modelli di formazione delle abitudini; applicato ai pattern mentali è una metafora ragionevole, non campata in aria. (Wiley Online Library)
  • “Utilità a pacchi” (ironico): anche qui c’è un nucleo realistico. Molti modelli vedono la self-criticism come strategia di controllo/evitamento (“mi bastono così non sbaglio / non mi espongo / non deludo”), con un payoff immediato e costi a lungo termine. (ScienceDirect)

Se la domanda è “funziona come descrizione del fenomeno?”: sì, è una descrizione sorprendentemente allineata alla letteratura su ruminazione e auto-critica. Se la domanda è “implica che sia immodificabile?”: no; ci sono evidenze che approcci basati su self-compassion e su tecniche tipo defusione/decentramento possono ridurre self-criticism e distress (in media con effetti piccoli-medi, dipendenti da contesto e aderenza). (Self-Compassion)